" O la o rompi! "

Nikolajewka

Ritirata  26 Gennaio 1943

IL TRAGICO INIZIO DELLA FINE.-

Fu l’inizio della fine, la ritirata di Russia mostrò tutta la fragilità e l’assurdità dell’Italia fascista che sulle nevi cominciò definitivamente a franare.  26 gennaio 1943, il giorno in cui ogni cosa ebbe inizio segna insieme l’apice della tragedia e la conferma che l’eroismo dei soldati Italiani non si era esaurito nell’inferno bianco di un paese grigio dominato dal terrapieno della ferrovia, che i Russi chiamano Livenka e sulle carte militari italiane è segnato come Nikolajewka.

Hanno il solito moschetto 91 e devono fronteggiare nemici armati di parabellum, scarpe di cartone, pezze ai piedi, divise di finta lana, Sono in gran parte truppe attrezzate per la montagna, si ritrovano in una pianura sconfinata coperta di girasoli e di neve. Dopo Stalingrado, nel dicembre del ’42, gli Italiani sono in trappola e la divisione Julia si sacrifica per prima, diecimila prigionieri, atre migliaia di soldati vagano nella steppa a trenta gradi sottozero. I Tedeschi si ritirano sui camion e respingono a calci i militari italiani che cercano di aggrapparsi sui cassoni: “Scheisse Italianen”, merda italiani.  E La steppa si annerisce di fiumi scuri di Italiani, tedeschi, ungheresi, romeni, legionari croati… Il mese è il più freddo che la gente ricordi, ogni giorno i fuggitivi restano a centinaia sulla neve, cadaveri bloccati dal gelo con le braccia alzate al cielo..  Il 26 gennaio è il giorno di Nikolajewka, e così che questo esercito di fanti contadini e di alpini montanari va disperatamente e ordinatamente all’attacco con una galletta e una scatoletta di carne nel tascapane, cinquantamila uomini si trascinano con la forza della disperazione verso la ferrovia.. “Nikolajewka non fu una battaglia da testo militare.. fu una grandiosa carica a piedi.. fu l’ultimo cancello prima della libertà”, ha scritto lo scrittore Egisto Corradi che c’era. – Muore un soldato su tre, almeno seimila caduti in poche ore. La Julia, la Tridentina e la Cuneense scompaiono nella neve, gli ultimi muli cadono trainando slitte cariche di feriti .. “Qui dove tutto è morte, basta un niente e ci si ferma per sempre, camminare vuol dire essere ancora vivi, fermarsi vuol dire morire”..   Qui si resiste e si combatte oltre ogni logica e Radio Mosca ammette:  “Solo il Corpo Alpino italiano deve ritenersi invitto in terra di Russia”

Mancano all’appello 84.830 soldati, meno di 10.000 prigionieri, degli altri non si saprà nulla..  Gli ultimi prigionieri tornano a casa dieci anni dopo, in un venerdì di fine gennaio 1954,  il “treno della libertà” con a bordo 16 reduci entra a Tarvisio dove è atteso da centinaia di donne che sventolano le fotografie di mariti e figli scomparsi. Un’ufficiale spegne le speranze, “ in Russia non ci sono più prigionieri nostri vivi”.  Una mamma non riconosce il figlio che la chiama, i lineamenti sono stravolti, lo fà spogliare, “fammi vedere il neo che hai sul petto” e quello in lacrime si leva la maglia di lana nel freddo..  Gli ultimi resti li ha mandati la Russia di Gorbaciov al tempo della perestroika.. chiusi in bare non più grandi di una scatola di scarpe..   Quando chiedevo a mio padre della ritirata mi rispondeva: “se iò o sôi chi al’è parceche lôr e son restâs là”                                              

 

Cargnacco

Cargnacco

Arrivo dei Labari

Arrivo dei Labari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le autorità

Le autorità

IL Medagliere

IL Medagliere

IL Picchetto

L'alzabandiera

L’alzabandiera

L’omelia di Mons. Brollo

Gli ultimi reduci

Gli ultimi reduci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL Tempio

IL Tempio

 

 

 

IL Presepio degli Alpini

IL Presepio degli Alpini

 

 

 

 

 

 

 

Noi c'eravamo..

Noi c’eravamo..

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